Felicità raggiunta
Tempo di lettura: < 1 minuteFelicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
Eugenio Montale
È una delle liriche più famose di Montale, tratta da Ossi di seppia, a sua volta uno tra i più importanti libri di poesia del Novecento, forse il più importante.
Vi è descritta la precarietà dei momenti di felicità concessi alla vita degli uomini. Tali occasioni, dalla luce incerta e dalle fondamenta labili, devono essere, secondo il poeta, “maneggiate con cura”, perché non svaniscano troppo in fretta, prima ancora cioè della già breve e fragile durata decretata per loro da un destino sconosciuto.
Un’esortazione saggia, stoica, una specie di pedagogia dell’autocontrollo e del dominio delle passioni.
Ma è una raccomandazione che crolla negli ultimi due meravigliosi endecasillabi, nel pianto cioè di un bambino che nulla sa né di pedagogia né di etica. Un monito virtuoso che si scioglie inesorabilmente nelle lacrime versate al cospetto di un palloncino perduto nel cielo infinito.
In quel ragazzino e nel suo pianto c’è il pianto di ogni uomo, cui, per essere felice, non sono mai bastati manuali sulla virtù dell’atarassia o corsi intensivi per l’ottenimento della saggezza.
Al poeta sono bastati due versi – bellissimi – per raccontarlo.
Paolo Mattei