L'Europa ha dichiarato guerra a Trump: tragicomico

Il fermo giudiziario del candidato alla presidenza della repubblica Calin Georgescu, al quale la procura ha intimato il pubblico silenzio, vietandogli di lasciare la Romania e usare i social, ha cambiato la natura della querelle romena.
In precedenza, quando è stato annullato il voto che l’aveva visto vincitore, si trattava di eliminare un elemento avverso alle prospettive delle élite europee, essendosi schierato contro la continuazione della guerra ucraina e altro.
Il suo arresto, tanto spettacolare quanto simbolico – è stato messo faccia al muro dalla polizia in mondovisione mentre andava a presentare la candidatura alle prossime elezioni – era tutt’altro.
Sabotare la pace ucraina e quella Usa-Ue
Si tratta, cioè, di un’aperta dichiarazione di guerra a Trump, il quale lo sosteneva, come si evince facilmente dalle prese di posizione dei membri della sua amministrazione prima dell’arresto, da Vance, che a Monaco aveva parlato dell’annullamento delle elezioni romene come esempio di deriva autoritaria del Vecchio Continente, a Musk, che più volte l’aveva elogiato.
Il fatto che l’arresto sia avvenuto mentre Macron si trovava da Trump, visita che avrebbe dovuto stemperare la conflittualità Usa-Ue, indica che le élite europee non solo stanno cercando di sabotare le prospettive di pace dell’Ucraina, ma anche quelle relative allo scontro in atto tra Stati Uniti a trazione Trump e Vecchio Continente.
E ora è guerra aperta, come evidenzia il rifiuto del Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio di ricevere il ministro degli Esteri Ue la futile Kaja Kallas. Non uno schiaffo alla Ue, come da vari media nostrani, ma l’ovvia reazione a un’aperta ostilità, già evidenziata dalla reazione isterica alle iniziative distensive di Trump verso la Russia.
Una guerra che non si combatte con i carri armati, ma non per questo sarà indolore: Trump ha già dichiarato che alzerà una barriera alle importazioni europee con dazi al 25%.
Annuncio che ha trovato una replica stizzita quanto agguerrita da parte dell’Europa. Se già alle prime battute la guerra Usa-Ue ha raggiunto tali picchi, ne vedremo delle belle (o brutte che dir si voglia).
È ovvio che la Ue non ha la forza di resistere agli Usa, ma conta, come accadde durante il primo mandato di Trump, sulla sponda americana, cioè sulle élite liberal-neocon che si oppongono al presidente. Meglio, si sta ripetendo quanto accadde durante quel primo mandato, quando i circoli suddetti usarono anche la Ue per fiaccare le iniziative politiche del presidente.
Trump, infatti, non riuscì a chiudere la criticità ucraina, esplosa poi col suo successore, fallimento che vanificò le sue aperture alla Russia; né a porre un argine dal caos mediorientale, che anzi si complicò dopo l’assassinio del generale Qassem Soleimani e la rescissione dell’accordo sul nucleare iraniano; né, infine, a trovare un’intesa con la Cina, essendo la sua amministrazione ingolfata da falchi anti-cinesi; infine, fallì anche nel tentativo di far uscire l’America dal pantano afgano (lo fece poi Biden).
L’unica sua vera vittoria fu quella di non dichiarare nessuna guerra, l’unico presidente Usa post Seconda guerra mondiale a evitare il flagello (anche se è rimasto invischiato in conflittualità pregresse, come l’Afghanistan e la Siria, ad esempio). Di fatto, la sua presidenza fu un momento di sospensione delle guerre infinite, così che l’avversione nei suoi confronti dei circoli liberal-neocon si è fatta più feroce.
La disfida europea a Trump
Ma, per tornare alla improvvida rigidità europea, tante sono le perplessità. Infatti, essa appare alquanto stolida e ripetitiva, come se potessero ripetersi i fasti immortalati da una nota fotografia relativa a uno dei G7 dell’epoca, che vede la Merkel ergersi a muso duro contro un ingrugnito Trump.
Tale ripetitività stride, e molto, con i cambiamenti che si sono verificati da allora. Ne elenchiamo alcuni. Anzitutto, Trump non è più un uomo solo al comando: ha una squadra che ha innescato una rivoluzione che sta tagliando velocemente le articolazioni dello Stato profondo che ha gestito l’America, e il mondo, fino al suo insediamento.
Giorno dopo giorno i circoli neocon e liberal registrano una drastica erosione del loro potere, anche se resta ancora forte e diffuso. Non è solo la perdita di influenza che conta, ma anche la percezione che ne ha il potere americano.
Meno sono forti, più certi poteri potrebbero orientarsi in direzione del cambiamento, com’è accaduto con il miliardario Jeff Bezos, che da fiero oppositore di Trump gli si sta avvicinando sempre più, tanto che oggi, dopo l’ennesima strigliata ai cronisti del suo Washington post per le posizioni anti-Maga, ha salutato la fuga-dimissione del suo editorialista capo.
Inoltre, l’Europa che vuole opporsi a Trump è molto meno forte di un tempo, come evidenzia in maniera plastica la de-industrializzazione del suo Paese guida, la Germania. Né certe idee velleitarie volte a cercare sponde altrove, ad esempio rivolgersi alla Cina, invero l’unica sponda possibile stante l’avversione alla Russia, nascono da una piena coscienza di quanto sta accadendo.
Trump vuole accordarsi con Cina e Russia, nonostante l’ovvia competizione tra potenze, per ridisegnare l’architettura globale; e Pechino è ben felice di tale disposizione perché evita quel conflitto globale che fino a ieri appariva destino irrevocabile. Trump ha più volte dichiarato che vuole un accordo con entrambe le potenze, concetto ribadito in altro modo, più bellicista, da Rubio in un’intervista a Breitbart (vedi sintesi di Strana). Così la Cina potrà pure sostenere un po’ l’economia europea, ma non la sua guerra all’America.
Infine, nel primo mandato la collaborazione Trump-Putin è andata poco oltre i summit tra i due presidenti, stavolta sembra che si stia instaurando una vera e propria partnership Mosca-Washington, come denota l’odierno summit di Istanbul tra le delegazioni dei due Paesi. Ciò rafforza Trump, ovviamente, oltre che Putin.
Così, un’Europa sempre meno forte – ché la guerra ucraina l’ha devastata – e neanche per suo interesse – ma per servilismo verso i circoli neocon-liberal americani – si sta imbarcando in una guerra contro un avversario che si rafforza ogni giorno di più. L’ossessione per la guerra ucraina l’ha condannata allo stesso destino, impegnandosi in una guerra contro un nemico più potente a maggior gloria dei suoi sponsor anglosassoni.