28 Febbraio 2025

Gaza: si chiude la prima fase della tregua. L'incerto futuro

Domani si chiude la prima fase del cessate il fuoco, ma sulla seconda, decisiva, tutto resta sospeso. Il disgustoso video di Trump sulla Riviera di Gaza
di Davide Malacaria
Gaza: si chiude la prima fase della tregua. L'incerto futuro
Tempo di lettura: 5 minuti

“Israele non lascerà il corridoio Filadelfia”. L’annuncio di un anonimo funzionario israeliano ripreso ieri da tutti i media del globo sembrava chiudere la possibilità che si aprisse la fase due del negoziato tra Hamas e Israele, quella in cui la tregua in corso dovrebbe diventare duratura e si dovrebbe delineare la prospettiva futura di Gaza.

L’incertezza sulla seconda fase

Infatti, la seconda fase, che dovrebbe iniziare sabato, prevede che l’ulteriore scambio di ostaggi tra le parti coincida con il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia, compreso il corridoio Filadelfia, al confine tra Gaza ed Egitto.

Ma l’anonimato della dichiarazione lascia trasparire la vera natura della dichiarazione: un modo per porre criticità alle trattative, per alzare la posta. Itamar Eichner, su Yedioth ahronoth, spiega che, in realtà, Netanyahu non ha alcuna intenzione di adire alla fase due, anche per la pressione dei suoi sostenitori dell’ultradestra per riprendere la guerra.

In alternativa, potrebbe accettare, come compromesso, un prolungamento della fase uno, cioè che si prosegua l’attuale cessate il fuoco revocabile in parallelo allo scambio di prigionieri.

Prolungamento che gli offrirebbe l’opportunità anche formale di riprendere l’aggressione a Gaza al termine del processo e di tenere a bada i suoi sanguinari sostenitori.

In attesa dell’incerto futuro, si vive un momento di sospensione alquanto caotico, nel quale s’intrecciano indiscrezioni più o meno sconfortanti sul prosieguo della tregua. L’unica nota confortante arriva dalle autorità egiziane: al Cairo, hanno annunciato oggi, sono iniziati “i negoziati tra Israele e Hamas sulla prossima fase del cessate il fuoco a Gaza, scongiurando un crollo [del dialogo] prima della scadenza di sabato della prima fase dell’accordo”.

Tanto si sta muovendo attorno alla scadenza incombente. Un vero e proprio tourbillion del quale segnaliamo la visita del 25 febbraio del ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman Al Saud, negli Stati Uniti. Fratello del più noto principe Mohamed bin Salman, a lui sono affidati gli incarichi più delicati.

Sempre relativamente all’attivismo di Riad, si segnala la telefonata tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi e il suo omologo saudita Faisal bin Farhan del 27 febbraio, avvenuta dopo la visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Teheran.

Ma forse l’avvenimento più importante è stato l’incontro tra russi e americani a Istanbul, che ufficialmente si sono dati convegno per studiare una partnership sullo sfruttamento delle risorse dell’Artico e sull’Ucraina.

Non sembra affatto casuale che il summit coincida temporalmente con l’annuncio a sorpresa, quanto dirompente, di Abdullah Ocalan, il leader carismatico del Pkk curdo da decenni detenuto nelle carceri turche, il quale ha chiesto alla sua gente di deporre le armi. Un soffio di vento distensivo nel tempestoso mare mediorientale.

La tragedia palestinese è il cuore del caos regionale ed è evidente che Russia e Stati Uniti stanno tentando di ricomporre questo puzzle impazzito pezzo dopo pezzo. Attore protagonista di tale lavorio è l’inviato per il Medio oriente Steve Witkoff, che continua a parlare di una “possibilità reale“, pur nella cautela obbligata da possibili tragici imprevisti, riguardo l’avvio della seconda fase del negoziato.

Da notare che il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato una sua prossima visita negli Stati Uniti. Smotrich è il più accanito assertore della necessità di portare a compimento il genocidio palestinese. Se fosse certo che gli Stati Uniti siano allineati alle sue posizioni non avrebbe alcuna necessità di recarvisi.

Il disgustoso video di Trump

Così veniamo al tema sul quale in questi giorni si è focalizzata l’attenzione di tanti, il video che Trump ha postato su Truth social.

Video ripugnante, che fa intravedere il futuro di Gaza come una nuova e più depravata Las Vegas, con tanto di statua d’oro di Trump a ergersi tra Casinò e alberghi a cinque stelle, odalische barbute danzanti, un tossico Elon Musk che azzanna un panino e si sbrodola tutto, mentre in un’altra inquadratura lancia soldi come coriandoli.

Il tutto mentre i bambini di Gaza, forse i pochi rimasti nascosti nelle fogne dopo lo sfollamento forzato previsto dal piano Trump, escono dal tunnel della fame per sgranare gli occhi davanti alle meraviglie della “Riviera di Gaza“. Chiusura con Trump e Netanyahu a sorbire cocktail in costumi che ne evidenziano le carni flaccide e bianchicce.

Ripugnante, non c’è altro termine per descriverlo. E ancora più ripugnante è apparso alle masse arabe, che vedono quella nauseabonda riviera extralusso sorgere sui cadaveri dei bambini palestinesi.

Ma perché Trump ha pubblicato una tale disgustosa follia? Anzitutto, va da sé che non c’è nulla di casuale nel filmato: benché sia un prodotto dall’intelligenza artificiale, essa deve essere istruita e il dettaglio delle odalische barbute, solo per fare un esempio, per forza deve far parte delle istruzioni. L’IA non poteva inventarlo di suo.

Abbiamo fatto questo esempio proprio perché il particolare, più di altri, deve aver ripugnato non poco anche i sostenitori di Trump, che della battaglia contro l’ideologia Woke hanno fatto bandiera. E più di tutti gli evangelicals, i più fieri sostenitori suoi e della Grande Israele.

Non solo loro, anche gli scatenati messianici israeliani devono esser rimasti più che basiti, e non solo per la modalità woke tanto avversata, ma anche nel vedere l’oggetto della loro ossessione, quella Striscia di terra che dovrebbe partecipare della sacralità della Terra promessa, trasformata in una ributtante Las Vegas mediterranea, con la statua d’oro di Trump che riecheggia il noto vitello biblico.

Abbiamo accennato altre volte, riprendendo analisi altrui, come Trump abbia annunciato il suo folle quanto irrealistico piano su Gaza per sollecitare alternative arabe che non c’erano. Più che probabile, quindi, che quel ributtante filmato sia un ulteriore, scioccante, sollecitazione in tal senso, anche perché, al momento, non esiste un piano alternativo. Gli arabi vanno a rilento, nonostante i tempi strettissimi.

Ma, come accennato, voleva essere anche un promemoria per quanti sognano di accorpare il tassello di Gaza alla corpus della Grande Israele in travolgente quanto sanguinoso sviluppo. L’alternativa a un piano arabo non sarà l’ampliamento della biblica Terra promessa, ma la vomitevole Riviera di Gaza. Da cui il sotteso: il piano arabo, semmai vedrà la luce, va accettato.

Trump non sa fare politica, ma gli va riconosciuto un certo qual estro. Può far disastri, certo, ma anche tirare fuori dal cilindro conigli a sorpresa. Partita delicatissima in cui sono in gioco tante, troppe vite. Vedremo.