NAZA: filmmaker e docenti israeliani a difesa del docu-film sui crimini di Gaza
Tempo di lettura: 4 minutiIl docu-film NAZA, che denuncia i crimini di guerra commessi contro i palestinesi, ha suscitato reazioni furibonde in Israele. Ma, al contrario di altre pubbliche denunce, alcune voci si sono levate a difesa. Voci flebili, che a stento riescono a superare il clamore delle accuse di tradimento – con annessa minaccia di revocare la cittadinanza ai registi – ma non possono e non devono essere ignorate dal resto del mondo.
Diversi cronisti, soprattutto di Haaretz, hanno difeso l’opera, ma molto più significativo il fatto che mille filmmaker israeliani hanno firmato un appello in difesa dei due registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, affermando la necessità che il film sia visto e sia oggetto di pubblica riflessione. Non solo: 14 docenti di diritto internazionale israeliani, prendendo spunto dal film, hanno chiesto un’indagine indipendente per far luce sui crimini di guerra commessi a Gaza.
Voci minoritarie all’interno di Israele, certo, ma significative. E non solo perché testimonia che non tutta la società israeliana è consegnata al genocidio, ma anche perché il dissenso in Israele costa caro. La minaccia di revocare la cittadinanza ai due registi riecheggia quanto accadde a Hamdan Ballal, co-regista di No Other Land, malmenato prima dai coloni e poi dai soldati dell’IDF, infine persino arrestato. Un clima che a Tel Aviv si respira da tempo e che ha fatto sì che si creasse una coltre di autocensura: non dire, per non rischiare.
La solidarietà coraggiosa dei registi israeliani
Dopo il grosso clamore suscitato da NAZA, insignito del Premio Speciale della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia, il putiferio in Israele non si è fatto attendere (vedi articolo di Roberto Vivaldelli su InsideOver). I registi sono stati apertamente minacciati da Netanyahu e da altri esponenti del suo governo. Ma a loro si è aggiunto anche Gadi Eisenkot, la punta di diamante delle opposizioni, che alle prossime elezioni contende a Bibi la poltrona più alta della Knesset.
Un clima di intimidazione rischiarato da una luce: “Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una campagna senza precedenti di incitamento e istigazione contro i creatori del film, e la distanza tra ciò e l’incitamento alla violenza e la minaccia fisica alle loro vite si sta riducendo. Noi, registi, invitiamo tutti coloro che stanno ancora lottando per la libertà di espressione e creazione a unirsi nell’esprimere sostegno e solidarietà con Rachel Szor e Yuval Abraham”. Così recita la petizione firmata da un migliaio di registi e filmmaker israeliani, tra cui Ari Folman, Shlomi Elkabetz, Ran Tal e Michal Aviad.
I firmatari della petizione denunciano che sui media e nella società israeliana “non ha quasi avuto luogo” un dibattito serio sul genocidio di Gaza e sulle sue conseguenze. “Il ruolo centrale dell’arte e del giornalismo – continua l’appello – è quello di essere lo specchio della società, anche quando la realtà riflessa è difficile” da accettare.
Criticare film, e le opere d’arte in generale, “è legittimo in una società che cerca di essere sana e funzionale”, si legge ancora sul documento. Peccato, commenta Haaretz, che quelli che hanno condannato Naza in Israele lo abbiano fatto di default, senza averlo visto. “La partecipazione di colleghi e scrittori rispettati a questa tendenza è un chiaro segno del deterioramento del dibattito pubblico all’interno di Israele”, conclude il comunicato.
E gli accademici chiedono un’indagine
A prendere posizione non sono stati soltanto i registi. Martedì scorso, 14 professori di diritto internazionale di diverse università israeliane, tra cui esperti di diritto dei conflitti armati, “hanno chiesto un’indagine indipendente sulle possibili violazioni del diritto internazionale e sui conseguenti crimini di guerra commessi a Gaza, compresa la condotta dei vertici politici e militari”.
Gli studiosi hanno precisato di non aver visto NAZA, esattamente come i vertici dell’IDF. Ma hanno sottolineato che le accuse emerse nel corso della guerra — dall’incitamento alla distruzione di infrastrutture senza che ci fosse una necessità militare, ai danni sproporzionati ai civili, fino a impedire o far ritardare l’arrivo degli aiuti umanitari — richiedono comunque un’indagine professionale e obiettiva. Liquidare in blocco queste accuse senza accertarle, hanno aggiunto, e intimidire chi le solleva è incompatibile con il rispetto dello Stato di diritto.
A rendere ancora più urgente la richiesta di un’indagine sono anche i recenti ritrovamenti di centinaia di cadaveri sotto le macerie degli edifici distrutti nella Striscia (per l’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk, sono soltanto della punta dell’iceberg…). Urge un’indagine indipendente, prima che le macerie, e con esse i poveri resti dei morti di Gaza, vengano spazzate via senza essere esaminate (ne abbiamo scritto qui).
Il 28 settembre NAZA esce nelle sale italiane
È la prima volta, dall’inizio dell’invasione di Gaza, che così tanti registi israeliani rivendicano il diritto alla parola e alla critica, com’è la prima volta che tanti accademici chiedono un’indagine sulle accuse mosse dal mondo e dalla Corte internazionale di giustizia. Dissensi importanti, dunque. Voci minoritarie che si levano sulla scia di quanto Rachel Szor e Yuval Abraham, già co-registi di No Other Land, hanno impresso sulla pellicola tanto ostracizzata in Israele.
NAZA vuole mostrare al mondo i meccanismi usati a Gaza per far strage di palestinesi. E si basa sulle testimonianze di 24 protagonisti dei fatti, tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, i quali hanno parlato protetti dall’anonimato (per ovvie ragioni). Il governo israeliano, e il suo ministro della Cultura Miki Zohar, si sono ripromessi di non dare spazio al film, di non permettere che venga proiettato.
Nelle sale italiane, invece, NAZA uscirà il 28 settembre. Andare a vederlo è una buona occasione per celebrare il diritto all’informazione e per uscire dall’oblio della propaganda. Ma anzitutto, per quanti in questi anni sono stati distratti, è un’occasione per guardare in faccia gli indicibili orrori di Gaza.
