Sangue e coltan: il cuore di tenebra del Congo
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La notizia che settanta cristiani sono stati trovati decapitati all’interno di una chiesa protestante nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha fatto il giro del mondo. L’ennesimo devastante massacro contro dei civili uccisi, questi, come altri, a causa della loro fede, anche se, più che l’odium fidei, a motivare gli assassini che stanno dilagando nella RDC sono interessi ben definiti.
La strage, avvenuta in un villaggio nel Nord Kivu, è stata perpetrata dalle Allied Democratic Forces (ADF), un gruppo armato affiliato all’Isis e, come altri, collegato al ben più noto M23, gruppo armato che guida una coalizione di cosiddetti “ribelli” che negli ultimi mesi sta portando avanti una violenta offensiva nella regioni orientali del Paese. Dal mese scorso, l’M23 ha conquistato le città principali del Kiwu, Goma e Bukavu, un’avanzata costata la vita a oltre 7mila persone, molte delle quali ancora non identificate (al Jazeera).
Al momento, parrebbe che la coalizione sia pronta a “intraprendere colloqui con il governo per porre immediatamente fine ai combattimenti”. Dopo migliaia di morti e sfollati, c’è da chiedersi se questa apertura al dialogo sia frutto di una strategia ben calcolata. L’interrogativo rimane, così come la dichiarazione.
Il coltan insanguinato
Da oltre trent’anni, l’est della RDC è stretto nella morsa di uno dei conflitti più sanguinosi e irrisolti al mondo. Non sfugge il fatto che proprio in questo Paese, nelle province del Nord e del Sud Kivu, si concentri la maggior parte delle riserve di coltan (l’80% del coltan mondiale proviene da queste regioni). Un minerale che vale quanto l’oro – ma ben più raro – da cui si ricavano il niobio e il tantalio, indispensabili per i prodotti tecnologici.
Per avere un’idea della sua importanza, ogni cellulare di ultima generazione contiene al suo interno circa 40 milligrammi di coltan, ma esso è essenziale per tutti i prodotti tecnologici, anzitutto i computer.
Il coltan viene estratto perlopiù illegalmente, da minatori simili a schiavi senza catene, che non godono di alcun diritto e che pagano con la vita l’assoluto arbitrio dei loro padroni e la totale assenza di misure di sicurezza – peraltro, si stima che siano 40mila i bambini e gli adolescenti sfruttati per l’estrazione del coltan.
Questa regione sfugge di fatto al controllo del governo centrale e vi imperversano gruppi armati in lotta per lo sfruttamento delle miniere. Milizie sostenute da Ruanda e Uganda, ma anche militari congolesi corrotti e senza scrupoli, tutti determinati ad accaparrarsi il maggior quantitativo possibile di coltan.
Negli ultimi anni l’M23 ha acquisito il controllo di numerose aree minerarie cruciali e, secondo un rapporto dell’ONU pubblicato lo scorso dicembre, ogni mese la milizia “ribelle” invia circa 120 tonnellate di coltan al Ruanda, da dove viene rivenduto alle multinazionali alle quali attingono le aziende di prodotti Hig Tech di tutto il mondo. Un commercio a prezzi stracciati, che permette ai produttori di smartphone e computer di vendere i loro prodotti a prezzi accessibili (solo per fare un esempio).
Lo stesso rapporto ha evidenziato un aumento significativo delle esportazioni di minerali ruandesi negli ultimi anni, la maggior parte dei quali si ritiene provenga proprio dalla RDC, anche perché Kigali non ha un grammo di coltan nel suo territorio.
Il coltan e le industrie Hig tech
Da decenni la RDC, come anche vari organismi internazionali (anzitutto l’Onu, ma anche le Chiese locali, da cui la persecuzione), accusano il Ruanda di sostenere, finanziare e armare le milizie che insanguinano il Kiwu, ultima delle quali l’M23. Ma tali accuse cadono puntualmente nel vuoto, troppo forti gli interessi in gioco.
Sotto la pressione di queste accuse e per evitare il rigetto della comunità internazionale per il traffico di coltan predato dalla RDC, il commercio globale ha trovato un escamotage neanche troppo fantasioso. Il coltan insanguinato del Kiwu viene dilavato con una banale riclassificazione: “Made in Ruanda“.
Da notare, infine, che il primo incendio divampato nelle regioni orientali della RDC si è scatenato a metà degli anni ’90, in parallelo con il boom globale della telefonia cellulare, dando vita a quelle che sono considerate la Prima e Seconda guerra del Congo, definita quest’ultima la “guerra mondiale africana” perché vide l’entrata in scena degli eserciti di vari Paesi del continente dimenticato, scesi in campo chi a fianco dei cosiddetti ribelli, chi di Kinshasa.
Dopo il 2003, quando finì il secondo conflitto, il Kiwu è rimasto preda di una destabilizzazione permanente, con milizie di ogni specie pronte a scannare e a scannarsi perché il flusso di coltan continuasse a scorrere ininterrottamente verso il confinante Ruanda. Ma la conflittualità, benché registrasse picchi più che drammatici, era rimasta relativamente contenuta, con ondate di piena che si alternavano a risacche.
Mai, da allora, aveva toccato le vette registrate in questi ultimi giorni, da quando, dalla notte del 26 gennaio, l’M23 ha incrementato al parossismo il suo attivismo, dilagando in tutto l’Est. Un’attività anomala che sembra discendere da una spinta nuova e ignota in precedenza.
Azzardiamo: come la prima ondata era collegata alla diffusione della telefonia cellulare, la seconda potrebbe essere collegata al boom dell’intelligenza artificiale, il cui sviluppo abbisogna di risorse, tante risorse. Al di là delle ipotesi, resta comunque l’importanza del coltan e il tanto, troppo sangue versato a maggior gloria dello sviluppo tecnologico dei Paesi ricchi.
Si calcola che dal 1996 ad oggi le vittime del conflitto siano state 10 milioni, cifra che lo rende il più mortale dai tempi della Seconda guerra mondiale. Quando Conrad scrisse il suo “Cuore di tenebra”, che pure raccontava la ferocia del dominio coloniale del Congo, non poteva avere idea delle vette che essa avrebbe raggiunto.