Trump: la pace in Ucraina e la guerra in Medio oriente

Il processo di pace ucraino avviato ufficialmente con la telefonata Putin-Trump procede, peraltro con una tempistica accelerata rispetto a trattative intercorse per altri conflitti. Il 24 marzo le delegazioni delle due potenze si riuniranno a Riad per stabilire i passi successivi all’attuale moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, che la Russia sta osservando e l’Ucraina un po’ meno.
Ieri, infatti, l’attacco al gasdotto di Sudzha, che ha danneggiato l’unico canale per il transito del gas russo verso l’Unione Europea rimasto attivo (la narrazione di Kiev secondo la quale sarebbero stati gli stessi russi a bombardare un’infrastruttura tanto cruciale per Mosca è più che risibile).
Al di là delle querelle di cui dibattono i media – richieste di Trump a Zelensky sulla cessione delle centrali energetiche ucraine e altro – che al momento sono secondarie, appare rilevante che ai colloqui di Riad parteciperà anche una delegazione ucraina, che avrà contatti indiretti con i russi, come rivelato dall’inviato Usa per l’Ucraina Keith Kellog, e che, nonostante le spinte belligeranti, l’Europa non sembra in grado di produrre una strategia efficace per prolungare la guerra.
L’Europa arretra, la Cina è vicina
Infatti, l’ennesimo vertice anti-russo degli isterici leader europei si è concluso con un flop. Nessun aiuto militare all’Ucraina: bocciate le proposte del ministro degli Esteri Ue Kaja Kallas di una dazione di 40 miliardi di euro e quella successiva, al ribasso, di 5 miliardi. Nessun impegno comune: ad aiutare l’Ucraina saranno i singoli Paesi su base “volontaria”, cosa che poteva darsi anche senza riunioni e dichiarazioni altisonanti.
Non accolta, almeno per ora, neanche la proposta di usare i beni russi congelati per aiutare l’Ucraina, decisione che avrebbe affondato anche le banche europee perché avrebbe innescato un esodo di fondi dalle stesse. Resta la frenesia del Rearm Europ, ma questa è un’altra storia e a più lungo periodo (Berlino ci punta anzitutto per rilanciare la sua industria in rovina di cui quella bellica dovrebbe diventare volano, inseguendo un modello tutto americano – a proposito di Europa…).
Insomma, il negoziato ucraino va avanti e dovrebbe avere esiti positivi, fermo restando che proseguiranno i tentativi di sabotaggio e che a medio-lungo termine l’infausto Rearm Europe potrebbe essere usato per dar compimento alla strategia immaginata dai fautori alla guerra ucraina: la Russia impegnata in una grande guerra europea e gli Usa dediti a regolare i conti con la Cina.
Una strategia rilanciata dalle notizie riguardanti la visita di Elon Musk al Pentagono nella quale, come sparava in prima pagina il New York Times, “il Pentagono informerà Musk sul piano per un’eventuale guerra con la Cina”. Irritata la smentita di Trump, il quale ha comunicato che nella visita la “Cina non verrà nemmeno menzionata”.
La smentita tanto pronta e secca segnala che si tratta di un punto sensibile per il presidente. Infatti, come abbiamo accennato in altre note, Trump non cerca un conflitto con la Cina, anzi. In realtà, nella sua presidenza si propone di chiudere la stagione delle guerre infinite e di adire a nuova Yalta da stabilirsi in un concordato con Mosca e Pechino, con meccaniche e dinamismi ovviamente altri dalla pregressa (troppi i mutamenti geopolitici del mondo). Così che la competizione tra potenze, che pure resterà, eviti i rischi di una guerra globale.
Fin qui le spinte positive della presidenza Trump, che invece in Medio oriente vedono un’infausta involuzione. Dopo un tentativo di porre un freno alla rotta sanguinaria intrapresa da Israele, Trump si è allineato con Tel Aviv perseverando nella linea dell’amministrazione Biden solo in modalità più brutale: se Biden chiedeva moderazione e in realtà dava pieno appoggio al genocidio di Gaza, Trump ieri ha affermato di sostenere “totalmente” l’operazione israeliana.
Quando tutto è cambiato
Qualcosa è cambiato, anzi tanto. Il punto di rottura è avvenuto sabato scorso quando l’inviato del presidente Steve Witkoff, impegnato nei colloqui con Hamas, ha dichiarato pubblicamente che le proposte della milizia islamica erano “completamente inaccettabili”.
Finora le trattative riservate svolte da Witkoff, in combinato disposto con l’inviato per gli ostaggi Adam Boehler, erano state improntate al pragmatismo e alla ricerca di un accordo con la controparte, arrivando anche a usare toni forti con Netanyahu perché si muovesse in tale direzione.
Tutto è iniziato ad andare storto quando Netanyahu è riuscito a bloccare le trattative segrete intraprese da Boehler con Hamas tagliando fuori Israele. Trattative nelle quali Hamas si era spinto a offrire il disarmo, la propria esclusione dal governo della Striscia e tanto altro, come dichiarato successivamente da Boehler. Nel frattempo, Witkoff aveva rilasciato dichiarazioni positive sull’esito dei colloqui con Hamas. Ma, dopo la rivelazione dei negoziati segreti, la svolta.
Boehler è stato costretto a fare un passo indietro e Witkoff ha fatto saltare tutto allineandosi alle richieste israeliane di uno scambio ostaggi-detenuti palestinesi in cambio di una tregua solo provvisoria e non duratura, come invece richiesto dalla controparte.
Probabile che per sabotare le trattative riservate Netanyahu si sia mosso in combinato disposto con i falchi pro-Israele che allignano nell’amministrazione Trump, il quale ha ceduto alle pressioni e ordinato a Witkoff di muoversi di conseguenza.
Da qui la ripresa delle operazioni militari di Gaza e, Dio non voglia, anche la possibilità di una guerra contro l’Iran, che Trump vorrebbe evitare, come ha dimostrato nella precedente presidenza quando l’ha elusa per il rotto della cuffia (vedi Piccolenote).
La trappola Iran
L’invio di una missiva riservata di Trump all’ayatollah Khamenei con una proposta di accordo sul pomo della discordia del nucleare iraniano può aprire prospettive, ma anche chiuderle, dal momento che, secondo indiscrezioni giornalistiche (non confermate), avrebbe dato due mesi di tempo a Teheran per siglare un’intesa.
Teheran ha fatto sapere che risponderà a breve, ma i falchi anti-iraniani punteranno sull’improvvida scadenza per avere la loro guerra, sia facendo dilatare i tempi che chiedendo successivamente a Trump di mantenere la promessa di agire (per non apparire debole). Non rassicura il fatto che la settimana prossima sia prevista la visita in America di una delegazione israeliana di alto livello per colloqui sull’Iran…
Peraltro, va considerato che i fautori della guerra a Teheran all’interno dell’amministrazione Usa stanno aiutando Trump a chiudere il conflitto ucraino spingendo al massimo in tale direzione, consapevoli che l’America non può permettersi di avventurarsi in un grande conflitto mediorientale se l’Ucraina continua a prosciugare i suoi arsenali…
In questo si distinguono dai neocon che hanno affollato la precedente amministrazione Usa, che spingevano per entrambi i conflitti (alfiere di tale follia il Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton). Da questo punto di vista, Trump è stretto in una morsa: se vuole chiudere il conflitto ucraino gli serve il loro aiuto, così che non può contrastarli apertamente sulle criticità mediorientali.
Netanyahu senza freni
In attesa di sviluppi, Netanyahu continua a tartassare i palestinesi di Gaza più di prima, anche perché ha fatto piazza pulita delle forze che ne avevano frenato l’azione.
Infatti, nonostante siano stati attori protagonisti degli orrori di Gaza, il capo di Stato Maggiore dell’esercito Herzl Halevi, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo dello Shin Bet Ronen Bar avevano spinto per un accordo con Hamas in cambio della liberazione degli ostaggi, scontrandosi ferocemente con Netanyahu.
I primi due si sono dimessi e al loro posto sono ascese figure espressione della destra più retriva, mentre ieri Bar è stato esonerato (decisione che ha prodotto uno scontro alzo zero in Israele, innescando proteste di piazza e un braccio di ferro con la Corte Suprema, che ha congelato la decisione del governo).
Stando così le cose, le speranze di chiudere a breve la mattanza di Gaza sono al lumicino. Nonostante ciò, i negoziati con i mediatori e Steve Witkoff proseguono, come ha comunicato Hamas negando una rivelazione contraria di Yedioth ahronoth. Il fatto che i sabotatori abbiano fatto filtrare la notizia che le trattative erano collassate vuol dire che, nonostante tutto, possono avere qualche esito. Così si spera.