26 Febbraio 2025

Ucraina: l'Endgame inizia a intravedersi, ma tanti gli ostacoli

Zelensky si piega a Trump sulle risorse ucraine. E Putin accoglie la proposta di Trump su una partnership economica Usa-Russia senza precedenti
di Davide Malacaria
Ucraina: l'Endgame inizia a intravedersi, ma tanti gli ostacoli
Tempo di lettura: 5 minuti

Tre avvenimenti di ieri segnalano che la strada verso la fine della guerra ucraina è meno ardua. Il primo è l’annuncio che venerdì Zelensky, negli Stati Uniti, firmerà l’accordo per la cessione delle risorse ucraine agli americani come pagamento degli aiuti ricevuti, consenso in precedenza negato.

L’accordo è stato rivisto e limitato: non riguarda i giacimenti minerari o le attività petrolifere già presenti, ma la possibilità di ricavare utili da investimenti Usa, nonché la “logistica associata” (probabilmente i porti).

Cenni di distensione

Una estorsione, accusano i detrattori di Trump, e in effetti tale appare. Ma le cose si complicano se si va a vedere il piano per la vittoria stilato da Zelensky e offerto ai suoi sponsor occidentali, anzitutto gli Usa, che oggi muovono accuse. Nel piano si può notare che al punto “potenziale economico strategico” prevedeva esattamente questo.

Da notare, anche, che tale punto, come quello successivo riguardante la “deterrenza”, prevedeva “condizioni classificate, che sono state rese note solo ai leader politici di Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Italia”. Insomma, è probabile che Trump abbia semplicemente fatto emergere il sommerso.

La vera differenza sta nel fatto che la guerra, e la depredazione di Kiev da parte dei suoi interessati sponsor, invece di durare altri dieci anni divorando quel che resta dell’Ucraina prima di dichiarare l’inevitabile vittoria russa, dovrebbe finire prima.

Al di là di tali specifiche, il cedimento di Zelensky alle pressioni di Trump segnala un ammorbidimento del presidente ucraino, che potrebbe portarlo a dare più retta al padrone d’Oltreatlantico, il quale ha cambiato rotta rispetto al conflitto.

Anche Macron sembra sia addivenuto a più miti consigli rispetto alla reazione isterica con cui ha salutato le aperture di Trump alla Russia. Al termine della sua visita in America, infatti, ha rilasciato dichiarazioni completamente diverse rispetto al passato, affermando che “ci sono motivi validi per riprendere i contatti con Putin” (Adnkronos).

Ucraina, Macron: "Europa pronta a mandare soldati dopo pace". Trump: "Va bene anche a Putin"

Probabile che, come accaduto altre volte, Macron abbia usato la sua naturale ambiguità per spuntare qualcosa per il suo Paese. Si è messo alla testa della ribellione dell’Europa a Trump, riunendo i ribelli a Parigi, per poi andare a trattare con il presidente Usa. Da vedere se anche l’accordo con Trump sarà minato da tale ambiguità o se inizierà a lavorare sui Paesi europei per assecondare le prospettive di pace made in Usa.

Il terzo segnale distensivo è arrivato il giorno prima del voto congiunto Usa, Russia e Cina sull’Ucraina all’Onu, quando Trump aveva lanciato un messaggio a Putin, dichiarando che stava cercando un accordo per lo sfruttamento delle risorse russe. Dichiarazione alla quale Putin ha subito risposto dichiarando di essere aperto alla prospettiva.

La Russia, nello specifico, potrebbe far accedere le imprese Usa alle sue terre rare, di cui possiede il 25% delle risorse globali, oltre a stipulare accordi sull’alluminio e sullo sfruttamento dell’Artico, con particolare riguardo per il petrolio. Parte di tali risorse si trovano nel Donbass, quindi gli Usa non avranno alcuna remora a riconoscere tali territori come parte della Russia, perché, di fatto ciò darebbe luogo a una partnership con Mosca.

Putin ha cioè giocato la stessa carta giocata a suo tempo da Zelensky: come questi aveva cercato di comprare il sostegno dell’Occidente alla sua causa con le  risorse del suo Paese, lo zar ha fatto altrettanto, potendo mettere sul piatto molto più della controparte.

L’America, infatti, ha fame di terre rare, oggi per lo più appannaggio della Cina, e si sa quanto sia forte il senso di Trump per le risorse dell’Artico, come evidenzia la proposta indecente nei riguardi della Groenlandia.

Secondo le ricostruzioni dei media, l’offerta russa non è arrivata all’ultima ora, essendo stava avanzata nei colloqui Usa-Russia di Riad. Probabile che il voto congiunto all’Onu sull’Ucraina sia stato il suggello simbolico di quel dialogo, che probabilmente riserva altre sorprese. Va da sé che se tali intese dovessero giungere a una formalizzazione decadrebbero in automatico le sanzioni contro la Russia, chiudendo definitivamente la folle parentesi della guerra ucraina.

Corsa a ostacoli

Diverse criticità su tale percorso. Anzitutto è da vedere come si evolverà lo scontro di potere che si sta consumando in America, nel quale Trump si gioca tutto, compresa la sopravvivenza. Partita delicata perché ha ingaggiato uno scontro cruento con il vero dominus dell’Impero, cioè il Deep State.

Un mostro tentacolare che governa tutti gli apparati e le articolazioni strategiche dell’Impero, come dimostra, ad esempio, il fatto che a ricoprire il ruolo di ambasciatrice del NED (National Endowment for Democracy), organismo che dispensa miliardi in cosiddetti aiuti all’estero, sia ancora Victoria Nuland, attrice protagonista del colpo di stato di Maidan e dei suoi sviluppi (in precedenza sedeva nel consiglio di amministrazione del NED).

Gli Stati Uniti hanno smesso di finanziare il fondo NED operativo in Ucraina, il cui inviato è Nuland

Organismo privato, ma che riceve dallo Stato centrale il 95% dei suoi finanziamenti, ora è stato privato dei fondi federali, chiudendo i rubinetti a media e istituti in tutto il mondo. Lotta a tutto campo, quindi, i cui esiti, nonostante le vittorie iniziali, restano incerti.

Peraltro, essendo questo il focus delle sue preoccupazioni, Trump non ha agio di intraprendere una politica estera ad ampio respiro, limitandosi a dichiarazioni spot quanto contraddittorie, e a politiche a corto raggio (anche se inquadrate nella cornice di una dialogo tripartito; a tale proposito, riportiamo un significativo cenno di Strana: “Le relazioni che intercorrono nel triangolo USA-Cina-Russia potrebbero essere più profonde di quanto appaiono agli osservatori esterni).

L’altro ostacolo sul percorso di una distensione Usa-Russia via Ucraina è la resistenza di alcuni Paesi europei, anzitutto la Gran Bretagna. Tanto di tale opposizione, però, dipenderà dal posizionamento del nuovo governo tedesco.

La Germania è il Paese che più ha perso a causa della guerra ucraina – registrando un drammatico calo della propria base industriale – ma ciò non garantisce che sceglierà una via alternativa. A quelle latitudini hanno il vizio di perseverare ad libitum negli errori, come anche quello di perdere tutte le guerre intraprese.

Simbolico, per quanto riguarda la resistenza delle élite europee, il fermo da parte dell’autorità giudiziaria odierno di Călin Georgescu, candidato indipendente alle scorse presidenziali rumene, privato della vittoria dalla Corte suprema, che le ha annullate.

Georgescu è stato arrestato mentre si stava andando a candidare per le elezioni del 4 maggio. Proprio stamane Alex Jones, alfiere del trumpismo senza limitismo, aveva pubblicato un’intervista al politico romeno

GLOBAL EXCLUSIVE: The Winner Of The Romanian Election That Was Canceled By A NATO / EU Coup, Călin Georgescu, Issues An Emergency Plea To President Trump & The American People To Carry The Flag Of Democracy Across The World And Free Humanity From The Jaws Of The Globalist Death Cult

Infine, resta da vedere come interagirà nel percorso distensivo globale la variabile impazzita mediorientale che vede protagonista assoluto Bibi Netanyahu. La sfrenata quanto sanguinaria megalomania del premier israeliano è la variabile più pericolosa e imprevedibile che il percorso distensivo mondiale deve affrontare.

Oggi il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran per rafforzare i legami con Teheran e altro. Sulle tante criticità mediorientali alimentate da Netanyahu, Trump sta giocando di sponda con Putin, non potendo contrapporsi frontalmente a Netanyahu (anzi…). Gli esiti restano, però, più che incerti.